Berlino, la metropoli in divenire

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Berlino è soprattutto una lezione di vita.

Per quanto mi riguarda, non c’è città al mondo più enigmatica. Berlino è la città più bella del pianeta, pur essendo, tra le grandi capitali, una delle meno attraenti secondo i canoni classici. La bellezza di Berlino bisogna andarsela a cercare, scoprirla nella sua gente, nei suoi angoli più nascosti e nella sua storia turbolenta e che ha toccato tutti noi. Non è monumentale come Parigi, o maestosa come Roma. Non è nemmeno elegante come Vienna o fiabesca come Praga. E’ nel carattere che Berlino sbaraglia ogni tipo di concorrenza.

Passeggiando su Unter den Linden si vede la storia riproporsi di fronte ai nostri occhi: da Bebelplatz, il luogo del rogo dei libri da parte di Hitler, alla Porta di Brandeburgo, un tempo parte di quel muro che per 50 anni ha spaccato a metà la città, la Germania e di fatto il mondo intero. La Germania dalla storia ha imparato, a differenza – un nome a caso – dell’Italia. Vent’anni fa, con la caduta del Mauer, la Germania dell’Ovest inglobò quella comunista dell’Est, con il suo debito, la sua economia chiusa, le sue problematiche. Oggi, quando si inizia forse ad intravedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel della recessione economica, la Deutschland ha un PIL che cresce del 3,6%, unica tra le “potenze” dell’Europa occidentale. Se non avesse inglobato la DDR, dove sarebbe oggi? Certamente, la nuova nazione unita ha trovato tanto nell’est quanto nell’ovest la spinta per ripartire. Noi non riusciamo ancora a mettere a posto la Salerno-Reggio Calabria.

Il Neue Wache, sempre sulla lunghissima Unter den Linden, è il memoriale per le vittime delle guerre e dei totalirismi. Al suo interno, la statua di una madre che regge tra le braccia il figlio morto è un commovente monito, mentre il grande foro nel soffitto permette alla luce del sole di penetrare la struttura. Di solito i raggi, a seconda dell’angolazione del sole, creano un fascio di luce che illumina i muri interni formando una sorta di occhio, o almeno è quello che a me è sempre sembrato. Un occhio che vigila sulla statua e la fiamma eterna al suo fianco. E’ un’immagine potentissima, specialmente se si legge la targa commemorativa all’ingresso, che non dimentica di citare nemmeno una delle categorie di vittime del totalitarismo, in una città che è stata un tempo il centro operativo del più crudele totalitarismo della storia. Nessuno è ignorato, dagli ebrei agli omosessuali, fino ad arrivare ai diversamente abili.

La città è, in molte parti, austera. La parte orientale, in particolare, è un insieme di casermoni ex-sovietici, un retaggio del passato che si vuole conservare, sempre per quella idea che dalla storia si può imparare. L’Ampelman, l’omino dei semafori della Berlino Est, è un esempio: con l’unificazione si voleva rimpiazzare tutte le luci con il classico uomo stilizzato presente in tutte le città europee, ma gli abitanti della città vollero salvare quel pezzetto di Est, e lo integrarono in tutta la città. L’Ampelman è anche il simbolo del “keep on walking”, un motto per Berlino, che si è dovuta riprendere da una serie di traumi storici nel corso del Novecento e che ha dimostrato di saperlo fare egregiamente.

In nessun’altra città che ho visitato la spinta verso il futuro è più evidente. Il panorama cittadino è costantemente sormontato da decine di gru che tirano su palazzi moderni e stupendi, come i capolavori di Potsdamer Platz.

Un altro posto estremamente emblematico della mentalità berlinese è senza dubbio il monumento in ricordo dell’Olocausto, una gigantesca spianata ricoperta di parallelepipedi di diverse altezze. L’idea è che camminandoci in mezzo si dovrebbe provare un sentimento di smarrimento. In realtà, basta tirare dritto e ci si trova fuori, di ritorno al mondo reale, tra turisti e berlinesi in bicicletta. Da noi, un posto del genere avrebbe già visto la costruzione di circa 77 ecomostri.

Gendarmenmarkt, a due passi da Friedrichstrasse, la via dello shopping, è il posto perfetto per assaporare il cuore del Mitte. Le sue chiese gemelle e l’Opera sono esempi di quanto non tutta l’architettura berlinese sia moderna o sovieticizzante. La Museuminsel, un’isolotto dove sono raccolti tutti i musei e il Berliner Dom con la sua cupola verde rame e le sue pareti annerite, racchiude alcuni tesori di enorme valore, come il Pergamonmuseum, con l’enorme riproduzione dell’altare di Pergamo e una delle porte di Babilonia.

Ulteriore indizio che racconta quanto peculiare sia la città di Berlino è la gigantesca Alexanderplatz, uno spazio che è di per sè impossibile definire piazza: non tanto per le dimensioni, quanto per la mancanza di un punto focale che ne rappresenti il cuore. Palazzoni brutti e incredibilmente austeri circondano questo spazio da tutti i lati, con la Fernsehturm, la torre della televisione, che svetta snella ed elegante. E’ visibile da ogni angolo della città. Alexanderplatz non è certamente bella, ma lo diventa rapidamente per il continuo via vai di gente, e l’atmosfera che si respira. Ci potrei passare ore e ore, solo a gironzolare senza meta tra il Rathaus, un Dunkin’ Donuts e la stazione della S-Bahn.

Era il mio quarto soggiorno a Berlino, ed ero su di giri quanto ero stato la prima volta. Ma la capitale tedesca ha sempre qualcosa di nuovo pronto a stupirti, anzi lasciarti senza parole. Questa volta fu un ristorante, probabilmente una delle esperienze culinarie più indimenticabili della mia vita.

Quasi per caso avevo trovato l’indirizzo di Marjellchen, a due passi dalla chiesa scoperchiata di Kurfürstendamm. Entrai a chiedere se ci fosse un tavolo per cinque. Un signora molto grossa mi accolse all’ingresso, le domandai del tavolo e lei mi rispose:

“Vat iz yor language?”

“Italian.”

“Io non kapire perkè italiani MAI prenotare. Proprio no kapire!” (da leggere con la r moscia).

Cominciamo bene, pensai. La signora gigante mi stava facendo un mazzo tanto.

“Beh, ma possiamo aspettare, signora. Non c’è nessun problema.”

“Kome nezzun problema? Kvesti appena arrifati, setuti al bar ad aspettare loro turno. Kvelli zono apena at antipasto. Dofe far setere foi io?”

Non sto scherzando. La signora parlava davvero così. Era un meraviglioso omaggio, almeno nella mia testa, al Dottor Birkenmeier di Fantozzi. La differenza era che la signora voleva farci mangiare, e non impedirci di assaggiare le “polpette di Bavaria”. Alla fine ci fece accomodare in un tavolo vuoto che era stato libero da quando ero entrato. Mi stava probabilmente redarguendo perchè ne aveva voglia.

Il ristorante offre pietanze della cucina della vecchia Prussia, della Pomerania e della Slesia. Mi stavo già leccando i baffi solo a leggere il menu.

“Siniori, kosa folete manciare?” disse Marjellchen, o almeno credo il nome del ristorante fosse anche il nome della donna. Il suo tono ora era molto dolce, così come le sue movenze. Vestiva una camiciona lilla, e aveva una chioma di capelli grigi ricci non molto lunghi. Portava gli occhiali bassi sul naso. Probabilmente li usava solo per leggere, visto che per controllare che le cose andassero come avrebbero dovuto abbassava il capo e guardava al di sopra delle lenti.

Iniziò ad elencare i vari piatti, e tra lei e noi non so chi avesse più acquolina in bocca. Tra la descrizione di un piatto e l’altro, si fermava e sospirava, forse per la fatica di stare in piedi con il grosso peso che si portava dietro, forse per la spiegazione che lei stessa ci stava dando delle varie specialità, descritte come opere d’arte.

“Appiamo spezzatino ti maiale kon una crema telicata di patate. Opure selfaccina ti cerfo e cinchiale, molto bvona anke qvella.”

L’impressione non era di essere in un ristorante, ma a casa di Marjellchen. Il locale ha un arredamento che andrebbe definito elegante rustico. Tavoloni in legno, quadri e luce soffusa creano un’atmosfera intima e rilassata.

La frase del ragazzo di mia sorella di fronte alla descrizione dei molti piatti esemplificava perfettamente il sentimento di tutti noi. “Non si tratta di una scelta, ma di una rinuncia,” disse laconico.

Le porzioni erano abbondanti. Era tutto buonissimo, accompagnato da boccali enormi di birra. Trovai anche la Berliner Weisser, una particolare birra tipica della zona di Berlino. Somigliava ad una pozione, con il suo colore verdissimo e il calice in cui mi fu servita.

Marjellchen veniva a chiedere se tutto andasse bene mentre mangiavamo, quale ospite perfetta. Eravamo assolutamente in paradiso. La donna era una figura mitica. Quando il cameriere, che mi misi in testa fosse il marito, un signore minuto e dolcissimo, faceva qualcosa che non andava, lei lo guardava furiosa e esprimeva il suo disappunto con un “ehm”, una schiarita di voce, che a quanto pare era abbastanza per far tremare i muri. Se avesse sbagliato qualcosa, potevo immaginarla sculacciarlo come un discolo disobbediente nella cucina.

Quando arrivò il momento del dolce, la mia famiglia aveva sentimenti contrastati. Da un lato, essendo tutti pedantemente a dieta, volevano saltare e chiedere immediatamente il conto, dall’altro i profiterol mastodontici che ci passavano davanti dall’inizio del pasto erano un richiamo pressochè irresistibile.

Io optai per un compote “di fracole e raparparo con celato alla faniglia”, mentre gli altri restarono fedeli al profiterol, più propriamente definibile come una montagna di panna montata.

La signora si rivolse a mio padre, vedendolo titubante, e gli chiese (anche se suonò più come un’affermazione):

“Le piace la panna, fero?”

“Come fa a saperlo?”

“Beh, ma perkè anke a me piace la panna, pero ti me si fede” esclamò passandosi una mano sul fianco.

Era una persona di spirito, gentile ed incredibilmente brava nel suo lavoro. Quella serata mi convinse del fatto che la gestione di un ristorante può essere in tutto e per tutto un’arte. Marjellchen ne era maestra.

Quando il locale si era quasi svuotato, si guardò attorno, afferrò dei posacenere e ne posò uno su ognuno dei tre tavoli ancora occupati, dicendo: “Ora siamo tuti tra amici, se folete potete fumare una zigaretta.”

Fu l’apice di una serata perfetta. Lei aveva fumato tutta la sera, in barba alle normative tedesche, lontano dai tavoli, seduta su un alto sgabello dell’anticamera. Il fatto però che, dopo aver notato che eravamo usciti per una sigaretta, avesse permesso anche a noi di farlo non fece che accrescere la sensazione di essere di famiglia che quella straordinaria donna seppe trasmetterci.

Il suo “Auf Wiedersehen” pronunciato delicatamente non poteva essere più appropriato. Tornerò certamente da Marjellchen, ogni volta che sarò a Berlino.

Allo stesso modo tornerò a Berlino, ancora e ancora. E’ la città più libera, viva e meravigliosa d’Europa, e non c’è nulla che possa tenermene lontano troppo a lungo. La metropoli rappresenta il tipo di città a cui tutte le altre dovrebbero aspirare, e la speranza di un futuro possibile.

Ich liebe Berlin.

Praga, non ha prezzo (ma accettiamo contante)

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Arrivare a Praga in una magnifica giornata di sole e con una piacevolissima temperatura di 20 gradi non ha prezzo davvero. Per tutto il resto c’è Mastercard… Se pensate che sia una pessima battuta, o un uso discutibile della frase della pubblicità, frenate con i giudizi e leggere il resto del post, perchè si parlerà ancora di carte di credito.

Avrei dovuto sapere che c’era qualcosa di marcio nell’albergo che avevo prenotato sin da quando ne avevo letto il nome fin troppo italiano su venere.it qualche settimana prima. La posizione è a dir poco invidiabile, a tre minuti dalla piazza principale, e anche sulle camere non avevo nulla da dire. Prima ancora di arrivare il camera, però, avevamo notato qualcosa di strano.

I receptionists parlavano in italiano, a turisti italiani che, in una calca insopportabile, si spingevano l’un l’altro per arrivare prima al desk… all’italiana. Un ragazzetto sulla ventina, in camicia e cravatta, rispondeva pazientemente a tutte le loro domande. Dal suo accento, pensai che potesse essere siciliano.

OK, ho sempre evitato i vari villaggi turistici Alpitour proprio per non incontrare orde di italiani. Si sa, la nostra è la razza peggiore quando si tratta di soggiorni all’estero. Ma un pò per la posizione, un pò per il prezzo, avevo prenotato quell’albergo comunque. Pensavo (e speravo) si potesse trattare di un ceco che era andato in visita in Italia e si era innamorato della bella penisola, in onore della quale aveva deciso di dare il nome al suo albergo. Invece no, si trattava di un gigantesco albergo frequentato da italiani e gestito da italiani. In pratica, un girone dantesco.

Tra un “MIMMA, VIE’ QUA” e un “MA CHE CAZZO ME STA’ A DI’ QUESTO?”, conquistai faticosamente la reception per poter fare il check in e quindi accedere al parcheggio custodito dell’albergo.

Al momento di pagare, tirai fuori la mia bella VISA. Il giovane alla reception (che si ostinava a darmi del Lei, nonostante fosse più vecchio di me e avessi già tentato due volte con il tu) mi sconsigliò di pagare con la carta, perchè ci sarebbe stata una commissione in quanto l’albergo deve rientrare delle corone che spende per convertire gli euro con cui io stavo pagando. COSA?! Non capisco un piffero di circuiti internazionali e quant’altro, ma volevo fare in fretta. Ero già pronto a mettere mano al contante, quando percepii una presenza alle mie spalle.

Mio padre è un tipo taciturno, ma quando parla ci si rende conto di come si avrebbe preferito vederlo tacere. “Mi scusi, mi può ripetere? Non credo di aver capito cosa stava dicendo.”

Faccia di arrogante cipiglio sul volto del receptionist.

“Credevo che la VISA fosse un circuito internazionale che applica il cambio corrente a qualsiasi transazione effettuata, ovunque nel mondo. Mi sbaglio?”

Principio di pallore sul volto del receptionist.

“Il cambio non lo decidete voi qui, e nemmeno la commissione. E’ la VISA che fa tutto questo.”

Espressione di chi sta per vomitare sul volto del receptionist.

“Può darsi che mi sbagli io,” rispose laconico il ragazzo. PUO’ DARSI. Nessuno era in vena di discussioni, quindi pagammo con il contante, come niente fosse, e uscimmo per la nostra visita della città.

Il centro della città è un dedalo confuso di stradine in ciottoli e negozietti che vendono marionette e souvenirs di ogni tipo con la frase ricorrente “Czech me out”. E, non che sia possibile non notarli, milioni e milioni di turisti armati di macchina fotografica e con la guida turistica sotto l’ascella. Per molti versi, Praga non è poi così diversa da Disneyland. Le sue dimensioni ridotte (almeno per quanto riguarda il centro) la fanno sembrare ancora più affollata. Prima di potermene accorgere, mi stavo già stufando di tutto quel trambusto, sognando l’arrivo nella mia amata Berlino, con i suoi spazi aperti.

La prima volta che ero stato a Praga era di ottobre e faceva un freddo mostruoso. Vedere la città illuminata da un sole caldo era un vero piacere. Arrivammo nella Staroměstské náměstí in un batter d’occhio. La piazza era ancora più bella di come la ricordavo: la torre dell’orologio astronomico svettava da un lato, mentre di fronte la famosa chiesa di Santa Maria di Tyn, riproposta in mille e più immagini della città, contribuiva a creare un’atmosfera a di poco da fiaba.

Ma è salendo in cima alla torre dell’orologio che si capisce davvero quanto Praga possa ricordare una terra fantastica, da favola: i tetti rossi, le guglie, le persone che da lassù in cima smettono persino di dare fastidio.

Camminare per Praga significa in un certo senso viaggiare indietro nel tempo, tra carrozze e macchine d’epoca, persone che escono da palazzi neoclassici e piccole botteghe. E poi gli artisti di strada su Karluv Most, il celebre Ponte Carlo con le sue numerosissime statue e viste mozzafiato sulla città… a riportare il turista assorto sul pianeta terra ci pensano i prezzi (2 euro una bottiglietta d’acqua) e i pacchianissimi souvenir che di fiabesco non hanno proprio niente (dall’assenzio in piccole bottiglie di vetro alle felpe ‘Praha Drinking Team’).

Il castello domina la città dall’alto del suo colle. Anche qui l’architettura è a dir poco maestosa, ed eclettica: le guglie gotiche della cattedrale di San Vito non hanno nulla a che vedere con i motivi classicheggianti degli altri palazzi del complesso, ma il tutto è di una bellezza che toglie il fiato. La visita al castello richiede almeno tre ore: sono tantissime le cose da vedere, incluso un museo dei giocattoli con la sua collezione gigantesca di Barbie dagli anni ’50 ad oggi.

A mio avviso, però, la parte più meravigliosa della visita al castello praghese è la salita che dal centro città, livello Moldava, porta fino all’immenso piazzale di fronte al cancello d’ingresso: case colorate e dalle decorazioni stupende ci guidarono fino alla spianata antistante il castello, da cui si gode di una vista stupenda sulla città, mentre una banda di archi suonava una melodia classica molto nostalgica, che fa tanto Praga.

Tornando verso la Città Vecchia e le sue torri, notai una piccola mongolfiera librarsi alta sopra il fiume. Per quanto la temperatura stesse scendendo mano a mano che la sera si avvicinava, l’idea di vedere la città dall’alto mi allettava parecchio. Ma una volta sentito il prezzo (45 euro a testa per 15 minuti di volo), decisi che la vista dalla torre dell’orologio e dal castello era stata più che sufficiente.

Non contenti, decidemmo di cenare al ristorante adiacente all’albergo. Entrando nell’ampia sala ci rendemmo subito conto dell’errore: tavolate di italiani urlanti occupava la stanza, il vociare così forte da costringerci ad alzare la voce per poterci sentire.

Il cameriere che venne a prendere l’ordinazione era un pagliaccio, oppure era affetto da un disturbo psichico. Più probabilmente, era semplicemente un ceco coglione che aveva capito che parlando in italiano e facendo l’idiota intrattenendo gli italiani imbecilli (che si sa, ridono con poco) avrebbe ottenuto qualche mancia in più.

Mangiammo in fretta, osservando attoniti la scena pietosa del cameriere che faceva movimenti inconsulti, gestacci e boccacce per compiacere i turisti, intenti a divorare le loro cotolette alla milanese.

Il ristorante offre un menù completo a 10 euro a cena. Un ottimo affare sembrerebbe. Ma la gabola era in agguato. Avemmo la riprova del fatto che se anche il ristorante non era gestito dagli stessi furboni dell’hotel, certamente c’era stato uno scambio di know-how, per condividere quanto i due gestori sapevano circa possibili maniere di fottere il prossimo.

Non avevamo preso il menù completo, e il nostro conto ammontava a qualcosa come 65 euro. Quando fu il momento di pagare, mia madre posizionò la carta di credito sul libretto nero che portava il conto. Il cameriere le rispose: “La macchinetta della carta non funziona.” A quel punto, avevamo capito l’antifona.

Mia madre rispose che non aveva contante, e che voleva pagare con la carta. Improvvisamente, il cameriere smise di parlare in italiano e lanciò qualche improperio nella sua lingua ad altissima voce, facendo girare mezza sala e causandoci non poco imbarazzo.

Confabulò qualcosa con il gestore, e tornò sbattendo sul tavolo il POS.

“Servizio non incluso,” borbottò.

“Sì, sì, non ti preoccupare,” rispose mia madre.

“Quanto scrivo?”

“Zero.”

“Proprio zero?”

“Zero zero.”

E così ci alzammo e uscimmo dal ristorante. Ma mio padre prima incrociò il receptionist che era stato così gentile da spiegarci come funzionava il circuito VISA in Repubblica Ceca, e gli disse qualcosa, che ad oggi ancora non so. So solo che la faccia del ragazzo non era delle più felici.

Non mi è ancora chiaro il perchè di tutte quelle storie per far pagare le persone con la carta. Ma mi viene in mente la spiegazione: la percentuale che gli esercenti pagano quando un pagamento viene effettuato con carta di credito. Uno, ma che barboni. Due, non è un mio problema se tu paghi la tassa sulla transazione. Cercare di intortare la gente con falsi trattati di finanza internazionale e politiche delle compagnie di carte di credito è semplicemente sbagliato. La colpa è in parte anche di noi italiani, che ovunque andiamo riusciamo ad esportare della gran merda (perdonate il francesismo). Menù completo a dieci euro, così la gente (che ha certamete in tasca un deca) paga senza fare storie.

Qualche minuto dopo, stavamo passeggiando per le vie della città, cercando di dimenticare la figuraccia e di goderci Praga, piuttosto che tornare indietro e sgozzare il cameriere. Chissà, magari il pubblico avrebbe apprezzato anche quella parte dello spettacolo.

Ennesima prova che ci fosse qualcosa di sbagliato in quell’albergo? La mattina successiva, nella sala colazione, era impossibile non notare un pezzo di carta appiccicato in maniera precaria al muro, che recitava: “E’ vietato portare cibo fuori dalla sala colazione”. Solo a noi italiani è necessario intimare di non rubare il cibo dal buffet per portarsi dietro lo snack da consumare nel corso della giornata.

Risi pensando a mia nonna, che, durante una vacanza molti anni fa, si era inciampata facendo cadere la borsa, dalla quale era fuoriuscito un ben di Dio, compreso una cinquantina di bustine di zucchero e dei dolcetti avvolto in un fazzolettino di carta.

Lasciammo Praga con un pò di amaro in bocca. Sarà anche una meravigliosa capitale della Mitteleuropa, con una storia interessantissima e mille attrazioni, ma il turismo di massa sta trasformando questa città in una gigantesca trappola per turisti. Trappola che per noi italiani è sempre in agguato.

Off to Berlin, then.

Spero vi piacciano le mie fotografie.

Polonia, una rivelazione

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La Polonia mi è piaciuta fin da subito. Sarà stata l’incredibile fatica che ci è voluta a raggiungerla, ma mi sono subito sentito a mio agio nel Paese che, tra tutti quelli previsti dal nostro itinerario, era quello che più mi preoccupava. Temevo soprattutto la difficoltà nel comunicare, e mi aspettavo una nazione arretrata e retrograda. Non potevo avere più torto.

La tragedia della giornata era stata l’attraversamento della Slovacchia: ci vollero oltre cinque ore per percorrere poco più di 200 km. La Slovacchia, oltre ad essere forse il posto più brutto che abbia mai visto, trasmette un senso di desolazione fortissimo e, cosa ancora più grave, non possiede autostrade che taglino il territorio da sud a nord. La nostra tappa Budapest-Cracovia si trasformò rapidamente in un viaggio della speranza, con tanto di multa per mancata accensione dei fari (un poliziotto con un accento alquanto sovietico ci disse che sono obbligatori nel Paese, anche di giorno, facendoci notare come il nostro misfatto fosse un “grosso problema”), diluvio universale lungo tutto il tragitto e una frustrazione crescente per l’assenza di una strada più larga di una mulattiera ad una corsia.

Forse arrivare in Polonia era stato così bello perchè avevamo finalmente lasciato la Slovacchia dietro di noi. Eppure, non appena superato il confine a Chyżne, le abitazioni apparirono subito essere più belle, la gente sembrava esistere, le strade erano più larghe e meglio tenute, e il nostro umore migliorò sensibilmente.

Il tempo era terrificante. Nonostante fosse il 4 di settembre faceva un freddo maledetto, e pioveva. Arrivammo a Cracovia attorno alle 17, e fummo subito accolti da una città bellissima, persino sotto la pioggia.

Il nostro albergo, la Tango House, si rivelò una scelta vincente, non solo per la qualità del servizio e l’ampiezza delle camere, ma anche per la vicinanza alla centralissima Rynek Glowny, la stupenda piazza (risalente al 13oo) con il mercato dei tessuti, la Torre del Municipio e la Kosciol Mariacki, la chiesa gotica di Santa Maria, uno  dei simboli della città. Il gotico di questa chiesa, come tutto il gotico che ho visto in Polonia, non ricorda per nulla quello dell’Europa occidentale (alla Notre Dame, per intenderci): è più austero, meno pomposo, ma non per questo meno bello.

La pioggia cadeva fitta e decidemmo così di saltare su una macchinina elettrica (simile a quelle del golf) che per poche decine di euro ti porta in giro per la città, ad una velocità rocambolesca e ti permette di vedere i principali monumenti nel giro di un’ora e qualcosa. Era come andare sulle montagne russe in alcuni momenti: seduto di spalle rispetto al guidatore, vedevo la città passarmi davanti agli occhi mentre la macchinina si faceva strada fra tram e autobus.

La sfiga non poteva abbandonarmi. E se la pioggia scrosciante non fosse abbastanza, “La dama con l’ermellino” di Leonardo, l’opera più importante del Museo Czartoryskich, non era visibile: l’intero museo era chiuso per rinnovamento. Considerato che era praticamente l’unica cosa che sapevo fosse assolutamente da vedere a Cracovia, cercai subito di non incazzarmi e continuai a godermi il mio giretto, scattando fotografie a raffica.

Il quartiere ebraico di Kazimiers mi piacque particolarmente: non solo per essere apparso nel capolavoro Schindler’s List, ma anche per essere il nuovo quartiere boheme della città. Non so resistere alle storie di quartieri un tempo in decadenza che risorgono dalle ceneri e si reinventano tornando ad essere parte integrante del tessuto cittadino. Kazimiers (così chiamato in onore di re Casimiro, il sovrano polacco che garantì protezione ed uguaglianza di diritti alla minoranza ebraica della città) cadde in rovina a seguito della tragedia della seconda Guerra Mondiale, ma è oggi il quartiere dove andare per assaporare la cucina locale, bere qualcosa o semplicemente passeggiare tra sinagoghe e bar.

L’architettura di Cracovia è varia e strabiliante: spazia dal Barbakan, una fortezza circolare aggiunta alla cinta muraria nel ‘400, al Teatro dell’Opera di gusto francese, dalle forme eleganti del castello di Wawel ai motivi rinascimentali del mercato dei tessuti.

Il tempo non accennava a migliorare e una volta finito il nostro tour sulla macchinina elettrica decidemmo di concentrarci sulla cena. Fu qui che la guida Routard confermò di essere sempre la migliore per scoprire luoghi nascosti dove mangiare.

Babcia Malina è impossibile da trovare. Si entra da un palazzo su ulica Slawkowska, nel cuore della città vecchia. Si cammina lungo un corridoio, si attraversano delle porte a vetri e si cammina giù per una rampa di scala. Di colpo si è proiettati in un altro mondo: una locanda tipica polacca che era un tempo una mensa dei poveri e offre oggi per poche zloty piatti della cucina locale, serviti in porzioni che sfamerebbero un quartiere intero.

Una donnona in abito tipico accoglie i clienti, lavorando a maglia, e indica loro l’ingresso della sala in cui si cena. Lo stile è rustico, con tavoloni di legno. Lo spazio è poco illuminato, si ordina al bancone e si viene chiamati per ritirare il cibo. Proviamo di tutto, ma la vera sorpresa sono i pierogi, dei ravioli ripieni di carne bollita assolutamente deliziosi (simili ai ravioli al vapore cinesi, con la differenza che questi non provocano bruciori di stomaco).

La clientela è polacca, il che rende il tutto ancora più autentico. Studenti universitari, famiglie, uomini d’affari in visita in città. Paghiamo poco più di 5 euro a testa e usciamo con la necessità impellente di una sigaretta. Trascinandomi verso l’albergo, osservai le vie gremite di gente e notai come Cracovia non abbia nulla da invidiare alla città dell’Europa occidentale.

La mattina successiva, dopo una bella dormita, visitammo il castello Wawel, con la cattedrale non accessibile ai turisti (era domenica mattina e c’era la messa), una vista incredibile sulla Vistola e un’architettura splendida. Sapevo che i polacchi sono dei cattolici ferventi, il che è confermato anche dalla statua di Carol Wojtyla, il cittadino più illustre della città, che si trova all’ingresso del castello, ma non trovai particolarmente giusto che per questo io non potessi visitare l’interno della loro bella cattedrale.

Leggenda vuole che sotto la collina vivesse un dragone che ai tempi del re Krak, fondatore della città, terrorizzava la popolazione, divorava capi di bestiamo e pretendeva giovani donne in sacrificio. Il re, disperato, promise sua figlia in sposa a chiunque riuscisse a sconfiggere la bestia. Un garzone accettò la sfida, e piazzò un agnello pieno di zolfo di fronte alla caverna del drago. Dopo averlo mangiato, il drago iniziò a soffrire di un terribile bruciore allo stomaco. In cerca di sollievo, bevette metà dell’acqua della Vistola ed esplose.

Una scultura del drago decora una facciata della cattedrale, ma è difficile notarla tra guglie e cupole dorate.

Il cielo iniziò ad aprirsi mentre lasciavamo la città in direzione ovest ed io mi domandavo quando sarebbe stata la prima occasione utile per tornare a Cracovia.

Budapest, una gemma sulla riva del Danubio

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Il traffico su Ràkòczi Ut è praticamente fermo. Nella macchina accanto una donna si trucca, mentre dall’altro lato una vecchietta è intenta a suonare il clacson in maniera ossessiva fumando una sigaretta. E’ pressochè impossibile distogliere lo sguardo, mentre il cuore di Budapest si apre tutto attorno a noi.

Ci vuole molto poco per realizzare che la cosa migliore da fare è mollare la macchina in un parcheggio e visitare la città con altri mezzi o a piedi. Sono anni che voglio andare a Budapest, e proprio non mi va di passare il tempo a dispozione cercando parcheggio o bestemmiando nel traffico.

Per girare la città, ci affidiamo ad una soluzione che ho sempre aborrito: il famigerato autobus turistico a due piani. L’hop on-hop off si rivela in realtà una soluzione comodissima, se non altro per la velocità con cui ci permette di spostarci. Dal secondo piano, possiamo goderci la città tra una tappa e l’altra.

La capitale ungherese si adagia sulle rive del Danubio, che è poi il luogo migliore per godere della sua bellezza. In particolare, è il Parlamento ad offrire lo spettacolo più straordinario, con la  sua scenografica posizione a ridosso del fiume e le sue guglie e la sua cupola che dominano il panorama cittadino.

Attraversando il fiume è facile notare che Budapest è in realtà composta di due città, Buda e Pest.

Buda è la parte della città con il castello e la cittadella, Pest è quella con il Parlamento. Meravigliosi ponti solcano il Danubio collegando le due: alcuni sono antichi, altri più moderni. Il più bello e popolare è il Ponte delle Catene: leggenda vuole che lo scultore del ponte, János Marschalkó, avesse meditato il suicidio a causa della vergogna che provò quando gli fu fatto notare che si era dimenticato di scolpire le lingue dei leoni che fanno la guardia ai due ingressi. Un pochino melodrammatico, János mio!

Budapest è meravigliosamente caotica. Il traffico pulsa nelle sue arterie in ogni direzione. La gente cammina per le sue vie piene di negozi occidentali e di librerie: è chiaramente passato un sacco di tempo da quando l’Ungheria era sotto la sfera di influenza dell’Unione Sovietica. Davvero poco fa pensare alla capitale di un Paese ex-comunista. Oggi tutti parlano inglese e la capitale è tappezzata di McDonald’s.

In più, l’euro è praticamente la seconda valuta, che circola ovunque ed è comunemente accettata (l’unica eccezione sarà il nostro parcheggio, che accetta solo fiorini, il che ci costringerà alla disperata ricerca di un ufficio di cambio alle 8 del mattino dopo per pagare e potercene andare).

Lungo il Danubio, Budapest ha la stessa grazia che Parigi vanta lungo la Senna. E come a Parigi, il ventre della città è un dedalo di strade animatissime, piazze trafficate, palazzi antichi ed eleganti. Per avere un pò di pace occorre salire sul colle che ospita il Vàr, il castello, una magnifica struttura che per 700 anni ha rappresentato la residenza dei sovrani ungheresi (prima i sovrani magiari, poi i Turchi, infine gli Asburgo, questa fortezza fu arricchita e modificata dai suoi vari abitanti nel corso dei secoli).

La visita al castello mozza il fiato, specialmente in una giornata di sole: da non perdere la chiesa di San Mattia con il suo tetto policromo, il palazzo reale e la passeggiata nel mercatino (un souvenir tipico è la scatola dei segreti, uno scrigno tanto carino che vi farà desiderare la morte, considerata l’incredibile difficoltà nel ricordarsi i vari step necessari a sbloccare il meccanismo e aprirlo).

La parte più particolare del castello è il Bastione dei Pescatori, le cui sette guglie rappresentano i sette capi delle tribù magiare. Il bastione è la terrazza panoramica più bella della città: il panorama spazia su tutta la metropoli. Cumuli di nubi accarezzano l’orizzonte e rendono il cielo interessante. Resto in adorazione per mezzora, mentre una banda suona musiche di altri tempi alle mie spalle e un ascensore-trenino porta i visitatori in cima al colle.

Una volta scesi dal colle, una passeggiata lungo il fiume ci sembra una maniera perfetta per respirare l’atmosfera di regale eleganza della città. Se non fosse che resto per un quarto d’ora abbondante (per la felicità degli altri) ai piedi del Parlamento, in adorazione del contrasto di colori tra il blu del cielo, le pareti di marmo rese dorate dalla luce del sole del tardo pomeriggio e la cupola scura. Un’immagine perfetta, che costa 35-40 scatti alla mia adorata Reflex.

Concludiamo la giornata con una crociera lungo il Danubio al tramonto (il biglietto incluso in quello del bus turistico): è un modo unico per avere una visione d’insieme della città, che è tra l’altro inserita in un contesto naturale incredibilmente bello, fatto di colline tozze dal lato di Buda e da una piana infinita da quello di Pest.

Mentre le luci della città si iniziano ad accendere, il battello naviga placido e una terribile registrazione racconta la storia della città. L’aria si raffredda in fretta e rimpiango di non essermi seduto di sotto, nella sala coperta. La sofferenza però è ripagata dalla bellezza della città by night, con i ponti che si illuminano mano a mano che ci passiamo sotto e il castello, maestoso, che domina Budapest con la sua cupola e la sua stazza.

Un’ora più tardi, mentre gusto un goulash bollente in un ristorante su Vàci Utca, ripenso al fatto che Budapest era nei miei sogni da anni. Come avrebbe potuto non esserci?

Una sfilza di chilometri

Da Milano a Londra, facendo il giro largo. Una maniera alternativa di tornare in UK, senza dubbio.

Quest’anno il viaggio con la famiglia non ha comportato trasbordi aerei, check-in o passaporti. Tutto in Europa, a 27 si intende, muniti solo di carta d’identità. Ah, la comodità della UE! Attraversare dieci Paesi senza incontrare controlli alle frontiere (tranne che in un paio di casi), non ha prezzo.

Le tappe principali: Trieste, Budapest, Cracovia, Praga, Berlino, Amsterdam, Bruxelles. Certo, un pò tirati con i tempi, ma un’ottima maniera per vedere posti in cui difficilmente andrei per un weekend e che certamente non avrei potuto visitare in un colpo solo.

Non posso dire di aver visitato approfonditamente tutte queste città, ma certamente posso affermare di averle assaporate, di averne apprezzato le diversità e le attrazioni principali.

Un mordi e fuggi in Europa centro-orientale, che non è possibile fare se non si ama il viaggio in macchina. Nulla a che vedere con l’epopea del viaggio on the road negli States, ma un esperienza unica comunque.

C’erano giorni in cui svegliandomi non avevo la minima idea di dove fossi, ma non è forse anche questo il bello di un viaggio? Dimenticare tutto e lasciarsi andare. Vivere alla giornata godendo di incontri, panorami, musei, traffico.

Un viaggio fatto di idiomi incomprensibili, cartelli stradali, frontiere, innumerevoli messaggini sul cellulare del tipo “Vodafone ti da il benvenuto in…”, piatti tipici, e molto altro ancora…

Pubblicherò nei prossimi giorni delle foto e dei brevi resoconti. Non un racconto cronologico: meglio delle piccole storie relative alle tappe principali di questo Grand Tour dell’Europa.

Let’s give it another try

Ok, riproviamoci. Stavolta in italiano.

Diciamo che cercherò di scrivere con maggior costanza. Sei mesi tra un post e l’altro è in effetti un tantino troppo. Apologies.

Quando mi sono alzato stamattina, a Londra c’era il sole… se n’è andato.

Stick around