Berlino, la metropoli in divenire
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Berlino è soprattutto una lezione di vita.
Per quanto mi riguarda, non c’è città al mondo più enigmatica. Berlino è la città più bella del pianeta, pur essendo, tra le grandi capitali, una delle meno attraenti secondo i canoni classici. La bellezza di Berlino bisogna andarsela a cercare, scoprirla nella sua gente, nei suoi angoli più nascosti e nella sua storia turbolenta e che ha toccato tutti noi. Non è monumentale come Parigi, o maestosa come Roma. Non è nemmeno elegante come Vienna o fiabesca come Praga. E’ nel carattere che Berlino sbaraglia ogni tipo di concorrenza.
Passeggiando su Unter den Linden si vede la storia riproporsi di fronte ai nostri occhi: da Bebelplatz, il luogo del rogo dei libri da parte di Hitler, alla Porta di Brandeburgo, un tempo parte di quel muro che per 50 anni ha spaccato a metà la città, la Germania e di fatto il mondo intero. La Germania dalla storia ha imparato, a differenza – un nome a caso – dell’Italia. Vent’anni fa, con la caduta del Mauer, la Germania dell’Ovest inglobò quella comunista dell’Est, con il suo debito, la sua economia chiusa, le sue problematiche. Oggi, quando si inizia forse ad intravedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel della recessione economica, la Deutschland ha un PIL che cresce del 3,6%, unica tra le “potenze” dell’Europa occidentale. Se non avesse inglobato la DDR, dove sarebbe oggi? Certamente, la nuova nazione unita ha trovato tanto nell’est quanto nell’ovest la spinta per ripartire. Noi non riusciamo ancora a mettere a posto la Salerno-Reggio Calabria.
Il Neue Wache, sempre sulla lunghissima Unter den Linden, è il memoriale per le vittime delle guerre e dei totalirismi. Al suo interno, la statua di una madre che regge tra le braccia il figlio morto è un commovente monito, mentre il grande foro nel soffitto permette alla luce del sole di penetrare la struttura. Di solito i raggi, a seconda dell’angolazione del sole, creano un fascio di luce che illumina i muri interni formando una sorta di occhio, o almeno è quello che a me è sempre sembrato. Un occhio che vigila sulla statua e la fiamma eterna al suo fianco. E’ un’immagine potentissima, specialmente se si legge la targa commemorativa all’ingresso, che non dimentica di citare nemmeno una delle categorie di vittime del totalitarismo, in una città che è stata un tempo il centro operativo del più crudele totalitarismo della storia. Nessuno è ignorato, dagli ebrei agli omosessuali, fino ad arrivare ai diversamente abili.
La città è, in molte parti, austera. La parte orientale, in particolare, è un insieme di casermoni ex-sovietici, un retaggio del passato che si vuole conservare, sempre per quella idea che dalla storia si può imparare. L’Ampelman, l’omino dei semafori della Berlino Est, è un esempio: con l’unificazione si voleva rimpiazzare tutte le luci con il classico uomo stilizzato presente in tutte le città europee, ma gli abitanti della città vollero salvare quel pezzetto di Est, e lo integrarono in tutta la città. L’Ampelman è anche il simbolo del “keep on walking”, un motto per Berlino, che si è dovuta riprendere da una serie di traumi storici nel corso del Novecento e che ha dimostrato di saperlo fare egregiamente.
In nessun’altra città che ho visitato la spinta verso il futuro è più evidente. Il panorama cittadino è costantemente sormontato da decine di gru che tirano su palazzi moderni e stupendi, come i capolavori di Potsdamer Platz.
Un altro posto estremamente emblematico della mentalità berlinese è senza dubbio il monumento in ricordo dell’Olocausto, una gigantesca spianata ricoperta di parallelepipedi di diverse altezze. L’idea è che camminandoci in mezzo si dovrebbe provare un sentimento di smarrimento. In realtà, basta tirare dritto e ci si trova fuori, di ritorno al mondo reale, tra turisti e berlinesi in bicicletta. Da noi, un posto del genere avrebbe già visto la costruzione di circa 77 ecomostri.
Gendarmenmarkt, a due passi da Friedrichstrasse, la via dello shopping, è il posto perfetto per assaporare il cuore del Mitte. Le sue chiese gemelle e l’Opera sono esempi di quanto non tutta l’architettura berlinese sia moderna o sovieticizzante. La Museuminsel, un’isolotto dove sono raccolti tutti i musei e il Berliner Dom con la sua cupola verde rame e le sue pareti annerite, racchiude alcuni tesori di enorme valore, come il Pergamonmuseum, con l’enorme riproduzione dell’altare di Pergamo e una delle porte di Babilonia.
Ulteriore indizio che racconta quanto peculiare sia la città di Berlino è la gigantesca Alexanderplatz, uno spazio che è di per sè impossibile definire piazza: non tanto per le dimensioni, quanto per la mancanza di un punto focale che ne rappresenti il cuore. Palazzoni brutti e incredibilmente austeri circondano questo spazio da tutti i lati, con la Fernsehturm, la torre della televisione, che svetta snella ed elegante. E’ visibile da ogni angolo della città. Alexanderplatz non è certamente bella, ma lo diventa rapidamente per il continuo via vai di gente, e l’atmosfera che si respira. Ci potrei passare ore e ore, solo a gironzolare senza meta tra il Rathaus, un Dunkin’ Donuts e la stazione della S-Bahn.
Era il mio quarto soggiorno a Berlino, ed ero su di giri quanto ero stato la prima volta. Ma la capitale tedesca ha sempre qualcosa di nuovo pronto a stupirti, anzi lasciarti senza parole. Questa volta fu un ristorante, probabilmente una delle esperienze culinarie più indimenticabili della mia vita.
Quasi per caso avevo trovato l’indirizzo di Marjellchen, a due passi dalla chiesa scoperchiata di Kurfürstendamm. Entrai a chiedere se ci fosse un tavolo per cinque. Un signora molto grossa mi accolse all’ingresso, le domandai del tavolo e lei mi rispose:
“Vat iz yor language?”
“Italian.”
“Io non kapire perkè italiani MAI prenotare. Proprio no kapire!” (da leggere con la r moscia).
Cominciamo bene, pensai. La signora gigante mi stava facendo un mazzo tanto.
“Beh, ma possiamo aspettare, signora. Non c’è nessun problema.”
“Kome nezzun problema? Kvesti appena arrifati, setuti al bar ad aspettare loro turno. Kvelli zono apena at antipasto. Dofe far setere foi io?”
Non sto scherzando. La signora parlava davvero così. Era un meraviglioso omaggio, almeno nella mia testa, al Dottor Birkenmeier di Fantozzi. La differenza era che la signora voleva farci mangiare, e non impedirci di assaggiare le “polpette di Bavaria”. Alla fine ci fece accomodare in un tavolo vuoto che era stato libero da quando ero entrato. Mi stava probabilmente redarguendo perchè ne aveva voglia.
Il ristorante offre pietanze della cucina della vecchia Prussia, della Pomerania e della Slesia. Mi stavo già leccando i baffi solo a leggere il menu.
“Siniori, kosa folete manciare?” disse Marjellchen, o almeno credo il nome del ristorante fosse anche il nome della donna. Il suo tono ora era molto dolce, così come le sue movenze. Vestiva una camiciona lilla, e aveva una chioma di capelli grigi ricci non molto lunghi. Portava gli occhiali bassi sul naso. Probabilmente li usava solo per leggere, visto che per controllare che le cose andassero come avrebbero dovuto abbassava il capo e guardava al di sopra delle lenti.
Iniziò ad elencare i vari piatti, e tra lei e noi non so chi avesse più acquolina in bocca. Tra la descrizione di un piatto e l’altro, si fermava e sospirava, forse per la fatica di stare in piedi con il grosso peso che si portava dietro, forse per la spiegazione che lei stessa ci stava dando delle varie specialità, descritte come opere d’arte.
“Appiamo spezzatino ti maiale kon una crema telicata di patate. Opure selfaccina ti cerfo e cinchiale, molto bvona anke qvella.”
L’impressione non era di essere in un ristorante, ma a casa di Marjellchen. Il locale ha un arredamento che andrebbe definito elegante rustico. Tavoloni in legno, quadri e luce soffusa creano un’atmosfera intima e rilassata.
La frase del ragazzo di mia sorella di fronte alla descrizione dei molti piatti esemplificava perfettamente il sentimento di tutti noi. “Non si tratta di una scelta, ma di una rinuncia,” disse laconico.
Le porzioni erano abbondanti. Era tutto buonissimo, accompagnato da boccali enormi di birra. Trovai anche la Berliner Weisser, una particolare birra tipica della zona di Berlino. Somigliava ad una pozione, con il suo colore verdissimo e il calice in cui mi fu servita.
Marjellchen veniva a chiedere se tutto andasse bene mentre mangiavamo, quale ospite perfetta. Eravamo assolutamente in paradiso. La donna era una figura mitica. Quando il cameriere, che mi misi in testa fosse il marito, un signore minuto e dolcissimo, faceva qualcosa che non andava, lei lo guardava furiosa e esprimeva il suo disappunto con un “ehm”, una schiarita di voce, che a quanto pare era abbastanza per far tremare i muri. Se avesse sbagliato qualcosa, potevo immaginarla sculacciarlo come un discolo disobbediente nella cucina.
Quando arrivò il momento del dolce, la mia famiglia aveva sentimenti contrastati. Da un lato, essendo tutti pedantemente a dieta, volevano saltare e chiedere immediatamente il conto, dall’altro i profiterol mastodontici che ci passavano davanti dall’inizio del pasto erano un richiamo pressochè irresistibile.
Io optai per un compote “di fracole e raparparo con celato alla faniglia”, mentre gli altri restarono fedeli al profiterol, più propriamente definibile come una montagna di panna montata.
La signora si rivolse a mio padre, vedendolo titubante, e gli chiese (anche se suonò più come un’affermazione):
“Le piace la panna, fero?”
“Come fa a saperlo?”
“Beh, ma perkè anke a me piace la panna, pero ti me si fede” esclamò passandosi una mano sul fianco.
Era una persona di spirito, gentile ed incredibilmente brava nel suo lavoro. Quella serata mi convinse del fatto che la gestione di un ristorante può essere in tutto e per tutto un’arte. Marjellchen ne era maestra.
Quando il locale si era quasi svuotato, si guardò attorno, afferrò dei posacenere e ne posò uno su ognuno dei tre tavoli ancora occupati, dicendo: “Ora siamo tuti tra amici, se folete potete fumare una zigaretta.”
Fu l’apice di una serata perfetta. Lei aveva fumato tutta la sera, in barba alle normative tedesche, lontano dai tavoli, seduta su un alto sgabello dell’anticamera. Il fatto però che, dopo aver notato che eravamo usciti per una sigaretta, avesse permesso anche a noi di farlo non fece che accrescere la sensazione di essere di famiglia che quella straordinaria donna seppe trasmetterci.
Il suo “Auf Wiedersehen” pronunciato delicatamente non poteva essere più appropriato. Tornerò certamente da Marjellchen, ogni volta che sarò a Berlino.
Allo stesso modo tornerò a Berlino, ancora e ancora. E’ la città più libera, viva e meravigliosa d’Europa, e non c’è nulla che possa tenermene lontano troppo a lungo. La metropoli rappresenta il tipo di città a cui tutte le altre dovrebbero aspirare, e la speranza di un futuro possibile.
Ich liebe Berlin.

